L’Aikido dei sogni poveri

C’è una celebre poesia giapponese -un haiku della poetessa Chiyo-ni– che recita:

蝶々や – Chōchō ya
何を夢見て – nani o yume mite
羽づかひ hane tsukai

Una farfalla / mi chiedo che sogni fai / sbattendo le ali

Il sogno è un tema ricorrente e non solo nella poesia. Le neuroscienze e la psicologia si interrogano da tempo sulla sua natura e sulla sua funzione. Per quanto alcuni meccanismi siano stati compresi, l’essenza stessa del sogno rimane intrinsecamente misteriosa.

Possiamo affermare che sognare serve a tenere attivo il sistema nervoso e la corteccia, che aiuta a consolidare la memoria. Che supporta la regolazione emotiva e la capacità di creare scenari utili al problem-solving.

Non riusciamo a cogliere tuttavia il sogno nella sua completezza.

Sui sogni che facciamo durante il sonno abbiamo una limitata capacità di intervento. Al limite possiamo decidere di non mangiare peperoni e cozze la sera prima ma non possiamo scegliere -o perlomeno non completamente- che cosa sognare.

Diverso è porre attenzione ai tanti sogni a occhi aperti che più o meno consapevolmente elaboriamo ogni giorno. Un mix di desideri, velleità, ispirazioni, fantasie e progettualità che si compone e ricompone dentro di noi, proiettando sulla nostra mente immagini e situazioni.

Che cosa sogna un praticante di Arti Marziali? Che cosa sogna un aikidoka?

È innegabile. Almeno all’inizio sogna di progredire velocemente verso quella meta che è la cintura nera. Sogna spesso di essere tecnicamente e fisicamente perfetto. Spesso desidera di essere come il suo insegnante o come quel sensei famoso che l’insegnante indica come riferimento per la propria scuola.

Tutto questo avviene senza distinzione di età. Anzi: se c’è proprio qualcosa che accomuna bambini e adulti è spesso la frenesia da esame.

Poi passa un po’ di tempo e i sogni si trasformano. Alcuni sognano di poter continuare a praticare con la stessa intensità fisica che avevano da più giovani. Altri sognano di diventare il riferimento del proprio gruppo. Di aprire un corso. Non sono così pochi quelli che ambiscono ad avere incarichi nell’organigramma tanto delle loro associazioni quanto degli enti a cui sono affiliati.

Quelli che diventano poi insegnanti, spesso sognano di essere compresi e valorizzati. Che dopo di loro ci sia qualcuno che porti avanti il lavoro nella stessa direzione.

Quando si pensa a questa dimensione delle Arti Marziali viene in mente il racconto di alcuni missionari. Per esempio di Fra’Stefano Bordignon, che in un piccolo reportage della sua esperienza in Uganda sottolineava come non è detto che vivere nella semplicità e nella povertà materiale porti ad avere un distaccamento reale dal superfluo.

Raccontava di come un ragazzino guardasse il suo telefono e sognasse di possederne uno. Da un lato un sentimento comprensibile.

Dall’altro, l’evidenza di un sogno povero. Un desiderio che cede spazio all’imitazione di un modello di consumo non supporta il sogno, lo limita.

Dobbiamo chiederci se siamo capaci di sognare in grande. E se quello che viviamo nella disciplina ci aiuta in questo.

Siamo immersi del resto in una corsa senza sosta verso la realizzazione di obiettivi spesso esclusivamente materiali, a cui diamo valore più per l’esibizione che ne consegue che per il loro valore intrinseco. Lo sa molto bene l’industria della moda, per esempio, che non campa per la vendita di pochi capi costosissimi a chi può permetterseli ma per una quantità industriale di mutande, t-shirt e calze che hanno il marchio così grosso che si potrebbe vedere dalla Luna.

E che, essendo riportato sull’elastico delle mutande che sporge rigorosamente fuori dai pantaloni, dà a chi le indossa la rassicurante percezione di valere. Un valore che arriva dalla sua capacità di spesa e dall’appartenenza a un gruppo.

Qual è del resto il limite che separa un’esperienza di crescita personale da un rito vuoto?

Quando un praticante di Aikido va a un evento attratto più dal desiderio di fare una foto con il sensei (o averne la firma sul budopass) che dai contenuti che può apprendere, siamo di fronte a un Aikido che fa fare sogni poveri.

Allo stesso modo, quando il legame che man mano si crea tra allievo e insegnante (e di per sé anche tra allievo e compagni) silenziosamente si trasforma in una reciproca badanza emotiva in cui la soddisfazione di entrambi inizia e finisce nel rimarcare il rapporto di fedeltà, facendo passare in secondo piano il percorso di crescita che dovrebbe esserne il motore, siamo di fronte a un sogno povero. Di tutti i sogni possibili, creare la fantasia di essere il fedele vassallo di uno shogunato aikidoistico è meno infrequente di quanto si pensi.

Quando iniziamo a praticare per ostentare, a frequentare per brillare di luce riflessa, a dare più importanza alla cornice di gradi e gerarchie che alla misura del progresso personale, sostituiamo una fantasia alla realtà.

Non si può e non si deve dire a nessuno che cosa deve sognare.

Allo stesso tempo dovrebbe essere precisa responsabilità di un gruppo sano vigilare perché si sappia sognare in grande.
Una disciplina marziale può davvero aiutare a lanciare la vita di un ragazzino verso un impegno sincero con se stesso, attraverso le relazioni, per orientare la sua vita in modo responsabile e positivo.

La realtà che viene restituita dall’esperienza di pratica che esige un contatto fisico, emotivo, mentale e, sì, spirituale, con i compagni e gli insegnanti, è il presupposto per cercare costantemente la verità su se stessi. E quindi trovare una strada in cui conoscere e mettere a frutto i propri talenti.

Vale anche e soprattutto per gli insegnanti, che più di tutti sono esposti al rischio che il sogno ad occhi aperti diventi progressivamente un incubo di autoreferenzialità. Quante realtà partite con le migliori intenzioni finiscono col diventare un bozzolo di titanio da cui non esce più nessuno. Né il sensei, né l’allievo.

Sognare di essere sempre in ricerca, di poter usare una disciplina come laboratorio per conoscere e migliorare aspetti di noi che non riusciamo -non vogliamo- vedere, rimette nella prospettiva migliore le altre prospettive.

L’esame ritorna così ad essere un desiderio legittimo di crescita all’interno di un percorso condiviso. La partecipazione a un evento, un seminar, smette di essere un omaggio ad altri e diventa un momento di crescita per se stessi con gli altri.
La scelta di stare dentro una sigla associativa torna ad essere tale e non più o non solo la conseguenza inerziale delle abitudini o delle scorciatoie burocratiche e amministrative.

Bisogna avere il coraggio di guardare in alto e oltre perché il sogno e l’intuizione di un anziano visionario giapponese possa essere quello strumento di cui ci siamo appassionati e che spesso utilizziamo per giustificare i nostri sogni poveri.

Disclaimer: Foto di Ron Lach da Pexels

   Send article as PDF   

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.